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Spontaneità nel taoismo

L’uomo ha per norma la terra; la terra ha per norma il Cielo; Il Cielo ha per norma il Dao; Il Dao ha per norma la spontaneità” (Daodejing, 25)

Ziran, tradotto abitualmente con “spontaneità” o “naturalezza”, significa più propriamente “tale di per se”; nella lingua moderna il termine è impiegato per indicare la Natura.

Il concetto di spontaneità è di primaria importanza nel concetto taoista. Una delle metafore ricorrenti per spiegarlo è quella di una musica divina e perfetta a cui concorre l’insieme delle diecimila entità e che rimanda al principio da cui il tutto trae origine.
Se riferito al Dao, ziran descrive l’aspetto attivo che gli permette di manifestarsi e, da un punto di vista cosmologico, si riferisce alle modalità del flusso spontaneo delle cose; quando descrive la via del saggio, indica inoltre la capacità di adeguarsi al corso naturale della vita senza interferire (wuwei).
In entrambi i casi si tratta di un concetto affine a quello di Potenza (De), da intendersi come la potenzialità insita nel Dao di dispiegarsi nel mondo e come la spontanea capacità di seguire la Via.

Il Daode jing, indicando nella spontaneità la “norma” del Dao, chiarisce che questo, a differenza dei tre elementi della triade Uomo-Terra-Cielo, si basa unicamente su se stesso. L’uomo deve ritrovare l’autentico (il “blocco grezzo”) o ritornare alla spontaneità propria del neonato, ovvero al momento in cui nessun artificio si è ancora frapposto tra l’individuo e il Dao.
Il Zhuanzi ribadisce che la Via, come l’acqua, è un corso che muta direzione col variare delle condizioni, e da cui l’uomo tende a staccarsi nella vana illusione del potervi imporre la propria volontà. Il compito del saggio è quindi quello di “seguire costantemente la spontaneità senza nulla aggiungere al processo vitale”, come un nuotatore che segue senza forzature l’afflusso e il deflusso delle acque.

Praticare il Dao è sempre più decrescere. Decrescere al di là del decrescere, fino al attingere al non-agire. Non far nulla, e non v’è nulla allora che non si compia
(Daode jing, 48)

Wuwei indica la rinuncia all’azione ordinaria e deliberata tipica dell’uomo e che cerca di opporsi al fluire spontaneo del Dao. Nel Dao jing viene definito “un agire che non lascia traccia”, e chi sa farlo proprio è ritratto come “colui che dà la vita senza appropriarsene, agisce senza prevalersene, compie la propria opera senza attaccarvisi”.

Si tratta di un “agire spontaneo”, grazie al quale il taoista evita di ostacolare con azioni intenzionali il corso del Dao. Senza che questa apparente passività implichi di fatto alcun tipo di rinuncia, se si saprà non-agire “non vi sarà nulla che non venga fatto” Il Zhuangzi sottolinea ulteriormente il legame fra wuwei e spontaneità e spiega che , come l’artigiano impara la propria arte attraverso un lungo apprendistato che gli permette di agire in modo non-pensante, così il taoista, liberatosi dai vincoli della ragione analitica, sa sviluppare un’abilità intuitiva e seguire il flusso naturale delle cose, immergendosi in esso in una sorta di “viaggio estatico” (yuanyou).

Diversamente dal Zhuangzi, che rifiuta qualsiasi forma di ordinamento sociale (in particolare nei cosiddetti capitoli “primitivisti”), il Daode jing applica il concetto di non-agire all’arte del governo, in riferimento al comportamento del saggio-sovrano che interferisce il minimo indispensabile nell’amministrazione dello stato, in cui pure ogni cosa va avanti da sola. Nell’ambito della corrente Huang-Lao, wuwei viene inteso come la necessità di adeguare il proprio comportamento alle forze cosmologiche.