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Monasteri buddhisti

“Il monaco cerca un luogo di riposo appartato: un bosco, la base di un albero, una montagna, una grotta, una caverna montana, un cimitero … un giaciglio di strame.” (Mts)

Il vihara, la “dimora”, era in origine il luogo dove la comunità monastica si raccoglieva durante la stagione delle piogge, interrompendo per alcuni mesi la vita itinerante.

Inizialmente queste dimore erano ricavate all’interno di grotte artificiali, realizzate a imitazione di strutture lignee e adibite a sala di culto (caityargha) e a residenza per i monaci (vihara), cui si affiancano a partire dai primi secoli della nostra era i monasteri edificati.

Questi sorsero un po’ ovunque, soprattutto in prossimità delle vie commerciali che garantivano la vicinanza della comunità laica, fonte di sussistenza per quella monastica. Alcuni centri furono più importanti e longevi di altri e divennero prestigiosi luoghi di studio, come il mahavihara di Nalanda, complesso monastico-universitario dell’India nordoccidentale.

La tradizione dei monasteri oltrepassò presto i confini del’India e si diffuse rapidamente in tutto il mondo buddhista assumendo caratteristiche diverse nelle varie aree geografiche. Le differenze interessano la forma architettonica, spesso derivata dall’adattamento dell’architettura locale alle esigenze del monachesimo buddhista; l’organizzazione della vita monastica che dipende dalle diverse tradizioni di vinaya; l’articolazione delle sale del culto che si accorda alle pratiche e alle necessità liturgiche delle varie correnti.

All’interno di una così ampia diversità si può comunque riconoscere in ogni monastero l’antica divisione tra quartieri monastici, articolati nel dormitorio, refettorio, cucine, bagni, collegi ecc., e lo spazio destinato al culto.