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L’inutilità delle scritture

Inutilità delle scritture

Le parole non possono descrivere tutto; il messaggio del cuore non può essere enunciato in parole; se prendi le parole alla lettera sarai perduto” (La porta senza porta)

L’espressione “nessun affidamento al testo scritto” è attribuita dalla tradizione cinese a Bodhidharma e alla sua sintesi dell’esperienza chan, ma è presente anche nel sutra della discesa a Lanka del Canone originario, in cui si sostiene che le parole non sono essenziali
nella trasmissione dell’insegnamento.
L’idea di una inutilità delle scritture è interpretabile in due sensi.
Il primo è un’apparente rifiuto delle scritture, il secondo è un rifiuto del carattere ermeneutico delle stesse. La tradizione chan ha tramandato tutta una serie di aneddoti riguardanti i patriarchi in cui appare evidente una enfatizzazione dell’insegnamento sia orale che non-verbale, derivata dal rapporto privilegiato maestro-allievo che altro non è se non la riproduzione di quella trasmissione da cuore-mente a cuore-mente originata dal Buddha stesso sul picco degli Avvoltoi.
Ciò non sta a significare che i testi siano totalmente banditi come una facile divulgazione ha un tempo sostenuto. Piuttosto si tratta di non prenderli alla lettera. Non si ha allora un rifiuto totale né della parola scritta né della concettualizzazione.
Se il primo principio, quello fondante, il Nulla, è inesprimibile e scriverne significherebbe costringerlo entro i limiti di una definizione, scritture e concetti sono però utili strumenti per chi intraprende il percorso verso il risveglio e occorre perciò salvaguardarne il valore didattico.

I testi non hanno valore assoluto ma servono a permettere la comprensione dell’inadeguatezza della conoscenza nel cammino verso la comprensione dell’essenza dei fenomeni.