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Guru

“Tuo è il mio corpo e Tu sei il mio padre e mia Madre, mio Fratello e Amico! Tu sei invero il Brahman…il mio soffio vitale: il mio tesoro sei Tu, il Tuo Piede!”. (Daladanamuni)

I termini che indicano il “maestro” sono diversi, con significati differenti: pandita o pandit si riferisce alla maestria nel sanscrito; acharya (“colui che mostra la giusta condotta”) è d’abitudine il capo spirituale di una tradizione (sampradaya).
Svamin è “colui che possiede, governa se stesso”.
Guru significa letteralmente “pesante” con un senso molto simile a quello della stessa parola in latino, gravis, che allude al “peso”, all’importanza spirituale.

Nell’induismo esistono numerose sampradaya le cui dottrine e vie di salvezza sono trasmesse da successioni (parampara) diverse di maestri.
Ma la figura e l’importanza del guru sono universalmente riconosciute e considerate come indispensabili nel percorso evolutivo di ogni essere.
L’impulso acceleratore non può derivare da libri o da insegnanti minori (considerate iniziali guide indirette),ma solo da un’anima priva di ego, totalmente risvegliata in Dio e in grado di aumentare le nostre possibilità di ricezione della Coscienza Cosmica.
Nella sostanza, lo scopo del guru è di trasformare il discepolo nel suo stesso guru.

Nelle varie tradizioni il discepolo (sishya) riceve l’iniziazione sacra (diksha) e l’insegnamento, prevalentemente orale, dal guru; a lui è legato da devozione assoluta, ma, ai gradi più elevati dello sviluppo spirituale, il discepolo identifica il guru nel proprio Sé (atman).