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Jainismo

Un uomo che non comprende e non rinuncia alle cause del peccato…rinasce ancora e ancora, in molteplici nascite, e prova ogni sorta di dolore” (Akarangasutra)

Dottrina di liberazione fondata (più probabilmente, risistemata) da Vardhamana, nato a Kumdagrama (odierna Besarh nel Bihar) nel VI secolo a.C. e contemporaneo del Buddha. A oggi la comunità dei jaina (seguaci del Jina, il “vincitore” del ciclo delle rinascite) conta poco più di tre milioni di individui.

Questa dottrina atea si pone come via di salvezza dal samsara attraverso la rigida applicazione di una retta condotta di vita atta a non produrre più i frutti dell’azione (karman) e a esaurire quelli accumulati nelle esistenze precedenti. Sull’esempio del fondatore, ciò si ottiene perseguendo l’ascesi, la rinuncia, la mortificazione del corpo e la radicale non violenza (ahimsa) nei confronti di ogni creatura animata, che per i jaina significa ogni elemento e fenomeno naturale.
Non vi è devozione né nei confronti degli dei né nel fondatore (detto anche Mahavira, “grande eroe”) o degli altri ventitré tirthankara (“creatori del guado”), profeti che compaiono nelle diverse epoche per ricostruire la giusta conoscenza della dottrina. Solamente l’esempio dei siddha (“perfetti”), le anime che sono riuscite a sottrarsi al samsara, è realmente utile al credente.

La fortissima base etica del jainismo si riflette sia nella tolleranza nei confronti di tutti gli altri culti, sia nella forte diffusione tra i credenti di mestieri non violenti quali soprattutto il commercio e la finanza, aspetto che ha contribuito a rendere molto influente la ristretta ma compatta comunità jaina.